La Storia

Silvio Spaventa nacque a Bomba, in provincia di Chieti, paese che allora contava circa 2500 abitanti, il 10 maggio del 1822.

I genitori, don Eustachio Spaventa, di professione “galantuomo” e Maria Anna Croce, abitavano in via del Sopporto (oggi Vico Fornicello) in una casa che si estendeva, tramite un arco su via Pistreola, sull´attuale orto-giardino e si congiungeva al fabbricato di via Aruccia dove al numero 3, attualmente, accede all´abitazione il pronipote Rosario.

Sul muro dell´antica abitazione degli Spaventa, di fianco ai resti di una vecchia fontana, si trova una piccola lapide con una scritta che ricorda un antenato del Nostro.

Rimase a Bomba fino a 14 anni quando, morta la madre nel 1836, perché proseguisse gli studi, Silvio fu mandato dove già studiava il fratello Bertrando, che aveva 5 anni più di lui, nel Collegio Diocesiano di Chieti.

Gli Spaventa si trasferirono a Montecassino nel 1838 dove Bertrando aveva avuto, in quel collegio, un incarico per l´insegnamento della matematica e della retorica.

Nel 1843 Silvio si recò a Napoli e si stabilì presso lo zio Benedetto Croce (fratello della madre e nonno del noto filosofo, storico e critico letterario), consigliere della Suprema Corte dove fece il precettore dei suoi due figli: Pasquale e Marianna.

Fondò “Il Nazionale” (il nome ne rivela lo scopo).

Il 1º marzo 1848 uscì il primo numero: Intorno al giornale si era raccolto il gruppo di intellettuali borghesi prevalentemente liberali, ma anche monarchici e conservatori.

Dopo il ritiro dello Statuto concesso e ritirato dal re Ferdinando, la popolazione si ribellò e, a mezzogiorno del 15 maggio 1848, cominciarono gli scontri tra la gente e le guardie svizzere, culminati nel bombardamento della città ordinato dal re Ferdinando II e che valse a questi l´appellativo di “re bomba”.

La libertà richiesta si sciolse in un bagno di sangue: bande di lazzaroni si diedero alla caccia dei liberali e al saccheggio delle loro case; reparti di mercenari svizzeri commisero atti di barbarie inauditi; feroci bastonature, arresti indiscriminati, quasi sterminata la Guardia Nazionale, donne violentate e uccise, bambini assassinati, abitazioni devastate.

Il giorno dopo il re sciolse la Camera dei Deputati. Il 19 marzo 1849 Silvio Spaventa fu arrestato e rinchiuso nelle carceri S. Francesco a Napoli.

L´arresto di Spaventa si basava sulle seguenti accuse:

1) aver partecipato ai fatti del 15 maggio (“cospirazione contro la sicurezza interna dello Stato, nel fine di distruggere e cambiare la forma di governo, ed eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ad armarsi contro l´autorità reale, nonché di avere in effetti eccitato la guerra civile tra gli abitanti della stessa popolazione: reati consumati nella capitale il giorno 15 maggio 1848”);

2) avere partecipato al Congresso di Torino e cospirato per rendere la Sicilia indipendente. Reato consumato nell´ottobre 1848 partecipando colà al Congresso Federativo;

3) aver fatto parte, in qualità di segretario, del Comitato di pubblica sicurezza presieduto dal marchese Tupputi, e avere sottoscritto una lettera rivolta al comandante la Real Piazza e Provincia di Napoli ingiungendogli di tenersi agli ordini del Comitato di Pubblica Sicurezza di cui facevano parte alcuni Deputati Il 20 marzo 1849 fu interrogato per la prima volta, ma tutto il processo durò fino all´8 ottobre 1852, giorno della condanna.

Dagli arrestati fu presentata un´ampia lista di testimoni a discarico: C.Faccioli, I.de Cesare, G.Perillo, M.Turchi, D.Capitelli, L. Tarantino, A.de Luca, C.Tommasi, F.de Blasis, V.de Thomasis, A. Dentice.

Le loro dichiarazioni concordarono nel descrivere Spaventa tra il 13 e 15 maggio 1848 come equilibrato, fermo nella difesa della legalità e sollecito nel tentativo di risparmiare al Paese uno spargimento di sangue.

Il processo durò più di tre anni e mezzo e si concluse con una sentenza di condanna a morte col terzo grado di pubblico esempio (essere impiccati con indosso una veste nera, a piedi scalzi e con gli occhi bendati) per Spaventa e per altri sei imputati.

Due volte furono accompagnati in confortatorio. Invece della morte fisica venne quella civile perché la pena venne commutata in ergastolo il 19 ottobre 1852.

L´11 gennaio 1859 Spaventa e altri ricevettero la notizia che sarebbero stati portati fuor d´Italia.

Il 18 Gennaio 1859, Spaventa e altri 68 condannati politici, “il fiore del patriottismo liberale napoletano”, furono imbarcati sulla nave “Stromboli” per essere trasportati in America.

A Cadice, dopo 20 giorni di sosta, furono imbarcati su un piroscafo, lo “Steward”, idoneo ad attraversare l´oceano. Sullo stesso era riuscito a farsi assumere come cameriere, il figlio di Luigi Settembrini, giovane ufficiale della marina britannica che, in seguito ad un ammutinamento avvenuto durante il viaggio, seppe condurre la nave degli esuli in Irlanda dove sbarcarono il 6 marzo a Queenstown, nella Baia di Cork.

Da qui partirono per Londra e, successivamente per Torino.

Ma non esitò a ritornare a Napoli per preparare l´insurrezione contro i Borboni mentre Garibaldi risaliva la penisola con i suoi. Dopo l´unificazione d´Italia divenne sottosegretario agli interni e poi ministro dei Lavori Pubblici fino al 1876.

Fondò e presiedette, in seguito, la IV Sezione del Consiglio di Stato che ancora oggi è un pilastro delle libertà democratiche dei cittadini.

Morì a Roma il 23 giugno 1893. Ebbe funerali di Stato e la sua salma è sepolta nel cimitero del Verano nella zona Quadriportico.

 

Centenario Morte

SILVIO SPAVENTA NEL CENTENARIO DELLA MORTE

(rievocazione di Paolo Alatri)

Il Comune di Bomba può essere orgoglioso di aver dato i natali a un uomo come Silvio Spaventa: il suo coraggio e il suo rigore morale, la vivacità del suo spirito, la sua profonda dottrina filosofica e giuridica, il suo patriottismo, la sua devozione al paese e al bene comune, le sue capacità di governo ne hanno fatto il patriota esemplare, l’uomo politico incorruttibile e lungimirante, il teorico dello Stato liberale di diritto.

Nato qui il 10 maggio 1822 da famiglia borghese che contava qualche secolo di esistenza ed aveva dato capitani, magistrati ed ecclesiastici di valore, figlio di Eustachio, che aveva preso parte ai moti liberali del 1820 e ne aveva subìto le conseguenze, Silvio, insieme col fratello Bertrando, ricevette la prima educazione in casa da un maestro di cappella di Campobasso, poi iniziò i suoi studi regolari nel seminario di Chieti, portandovi malvolentieri la toga di seminari sta fino all’età di 15 anni, quando passò a Montecassino, dove ebbe per compagni di studio e di cospirazione Luigi Tosti, Simplicio Pappalettere, Augusto Vera: Per quei giovani, ardenti di aspirazioni liberali, i tempi erano tristi: in quegli anni che vanno dalla rivoluzione del 1820-21 a quella liberale e nazionale del 1848-49, il quadro presentato dal Regno di Napoli era dominato da una monarchia borbonica oscurantista e reazionario.

La formazione della personalità di Silvio Spaventa è abbastanza comune agli intellettuali meridionali della sua generazione, come ad esempio Angelo Camillo De Meis, Francesco De Sanctis, Luigi Settembrini. Le loro vite s’intrecciarono strettamente tra loro nel 1848, quando tutti si trovarono ad agire nelle stesse file cospiratorie e due di essi, Spaventa e Settembrini, finirono nella stessa cella all’ ergastolo di Santo Stefano.

Naturalmente, ciascuno di quei personaggi ebbe le proprie peculiarità, soprattutto di carattere. Silvio Spaventa, in particolare, fu caratterizzato da un’indole più riflessiva che impetuosa, ma al tempo stesso da una tendenza alla fermezza e all’intransigenza che lo rendeva tetragono ad ogni tipo di compromesso.

La vera passione intellettuale di Silvio Spaventa, fin dagli anni della prima giovinezza, fu per gli studi filosofici, e una mentalità speculativa, una tendenza alla teorizzazione, alla concettualizzazione e alla sistematicità egli conservò poi sempre, portandola anche nell’impegno politico. Non a caso egli fondò a Napoli nel 1844 una “Rivista di filosofia” che ebbe però vita effimera per le condizioni in cui si svolgeva allora la vita intellettuale e culturale; e poi, tornato ventitreenne a Montecassino, ma questa volta come insegnante, vi sostituì il lettore di filosofia, facendo qualche lezione sulla logica di Kant; e infine partecipò all’insegnamento nella scuola privata di filosofia aperta dal fratello Bertrando a Napoli nel 1848, parallela e contemporanea a quella di Francesco De Sanctis sita nello stesso Vico Bisi. Più tardi, all’ergastolo, s’immergerà nel difficile studio di Spinoza, di Cartesio, di Kant e di Hegel, della cui Fenomenologia intraprese anche la traduzione.

Affidato allo zio materno Benedetto Croce, consigliere della Corte Suprema di Giustizia, accolto in casa sua a Napoli, e da lui indirizzato a intraprendere la carriera della magistratura, il giovane Silvio iniziò poco più che ventenne lo studio delle materie giuridiche, la cui competenza doveva poi tanto dimostrare anche nella vita pubblica.

In generale possiamo dire che le aspirazioni patriottiche e liberali di Silvio Spaventa ebbero la loro prima espressione nel campo culturale. E’ stato osservato che il distacco tra lo Stato e la società, se era sensibile nell’ amministrazione civile, giudizi aria, finanziaria e militare, se era notevole nella politica estera, se era grave in quella ecclesiastica, era addirittura insopportabile nella sfera della cultura. E lo stesso Spaventa dirà più tardi: “Il patriottismo italiano dalla cultura più che dalla vita reale traeva il suo sostanziale alimento, poiché fuori di quella la patria non aveva altra realtà”.

Si può dunque affermare che negli anni giovanili, a Montecassino e poi a Napoli, a partire all’incirca dal 1840, Silvio Spaventa si venne formando quale resterà per tutta la vita dal punto di vista degli interessi culturali, dell’impegno politico e del carattere morale. Le sue idee politiche erano caratterizzate dall’ intransigenza. Se culturalmente l’ orizzonte perseguito era quello europeo, politicamente Spaventa poté aprirsi alla conoscenza dell’ ambiente liberale e patriottico italiano quando verso la fine del 1847, costretto a eclissarsi perché ricercato dalla polizia dopo la chiusura della scuola di filosofia del fratello Bertrando, si recò a Firenze e vi conobbe Giovanni Battista Niccolini, Giovan Pietro Viesseux, Giuseppe Massari e Giuseppe Giusti; così come nel 1849, in un nuovo viaggio a Roma, a Torino e a Firenze, conobbe Pellegrino Rossi, Vincenzo Gioberti, Michelangelo Castelli e Massimo D’Azeglio.

Quando nel 1848, all’età di ventisei anni, Spaventa partecipa in prima fila alla rivoluzione napoletana, la sua formazione culturale e politica è ormai praticamente compiuta: la concezione dello Stato che egli elaborerà negli anni successivi all’Unità, è già tutta in germe negli articoli del “Nazionale”, il quotidiano da lui fondato, diretto e redatto, che ebbe tanta importanza come voce e coscienza del liberalismo patriottico e che lo espose a tanti pericoli, perché odiato dai reazionari, tanto che egli subì due aggressioni da parte dei militari.

Nel corso dei drammatici avvenimenti del 1848, Spaventa passa gradualmente, ma abbastanza rapidamente, dal federalismo a una posizione unitaria come soluzione del problema nazionale italiano. E’ il fallimento del programma neoguelfo a determinare tale passaggio, compiuto del resto dallo stesso corifeo del neoguelfismo, Vincenzo Gioberti, di fronte al tradimento della causa nazionale compiuto dal re borbonico, oltre che dal papa, col solo Piemonte sabaudo rimasto fedele alla costituzione emanata all’inizio di quell’anno. Il moto di libertà confluisce in quello di nazionalità, poiché è solo in un’Italia finalmente diventata nazione e Stato che la libertà può trovare la sua realizzazione. E ciò sia detto con chiarezza a smentita della tesi che ha avuto tanta circolazione nel ventennio fascista, la tesi cioè che per i patrioti italiani il problema fosse soltanto quello della formazione dello Stato unitario e dell’indipendenza dallo straniero e che il liberalismo fosse una specie di appendice trascurabile del loro credo, da abbandonarsi per strada. Gli articoli del “Nazionale” che espongono la teoria del liberalismo confluente nel moto di nazionalità sono stati giustamente definiti da Benedetto Croce come interessanti “la storia del liberalismo meridionale del ‘ 48 nell’ atto che si convertiva in liberalismo italiano e unitario”.

Nell’ articolo-programma con cui si apriva il primo numero del giornale, sono compresi, nel breve giro di poche parole, i principi essenziali degli ideali politici liberali di Silvio Spaventa: “Il Nazionale – vi si leggeva – viene per noi fondato col principale intendimento di caldeggiare e promuovere la nazionalità italiana sulle basi dell’ indipendenza che dee fiancheggiare tutti i popoli della penisola dalle straniere influenze, e del sistema rappresentativo che deve assicurare la libertà e collegarli in unità politica col predominio legale della spiritualissima forza della pubblica opinione”. E ancora: “La sovranità del popolo è la nostra massima fondamentale, ma noi teniamo nel medesimo tempo che la podestà delegata debba essere liberamente esercitata perché sia forte, e che non s’abbia altro freno che quello della legge e della pubblica opinione, formulata dal suo legittimo organo della stampa libera e della libera associazione”.

Mentre a riscaldare gli animi nella fede rivoluzionaria interveniva subito la rivoluzione francese che deponeva la dinastia orleanista di Luigi Filippo e fondava la repubblica, a raffreddare per contro l’ottimistica visione federali sta per il futuro dell’Italia cadeva come una doccia fredda l’allocuzione di Pio IX del 29 aprile, atto di morte del neoguelfismo ed anche del federalismo italiano. Nel commento che all’allocuzione papale Spaventa dedica nel “Nazionale”, viene decretata la condanna a morte del potere temporale dei papi: “L’imperio temporale della Chiesa – egli scrive – è inaccordabile con l’indipendenza e l’unità italiana”. Logico che dalle colonne del giornale si accentui anche sempre più l’opposizione ai governi napoletani.

Il sanguinoso scontro tra i patrioti napoletani e l’esercito borbonico intervenuto con ferocia repressiva fu in sostanza causato dal contrasto sulla formula del giuramento che i deputati, eletti il 15 aprile, tra i quali lo stesso Spaventa, avrebbero dovuto pronunciare all’apertura del parlamento il 15 maggio. I deputati radicali volevano che in quella formula si facesse chiara menzione del diritto parlamentare di svolgimento dello Statuto, e a ciò si opponeva il re, che rifiutava ogni compromesso. Si chiedeva dunque, per la nuova Camera, il potere di emendare lo Statuto in senso parlamentare e per eliminare la Camera dei Pari, fondata sull’assurda divisione e sulla antistorica contrapposizione tra aristocrazia e borghesia.

Sta di fatto che con lo scontro armato del 15 maggio 1848 la monarchia borbonica pose una pietra tombale sul breve esperimento liberale del Mezzogiorno d’Italia, anche se formalmente la costituzione rimase in vigore ancora per circa un anno, ma sempre più svuotata del suo reale contenuto e delle sue potenzialità.

Nel suo giornale, Spaventa accentua e moltiplica le affermazioni liberali. Mi colpisce in modo particolare la seguente affermazione: “Grave danno è l’essere avvezzi al dispotismo e al servaggio: molto tempo ed opera si richiede perché un popolo che a lungo siavi soggetto divenga atto ad apprezzare il celeste dono della libertà”. Mi colpisce, questa affermazione, perché vi colgo una reminiscenza di un celebre passo di Diderot, scritto quasi un secolo prima: “Qualunque governo assoluto è cattivo: non ne eccettuo il governo assoluto di un padrone buono, fermo, giusto e illuminato. Questo padrone abitua a rispettare e ad amare un padrone, comunque egli sia; toglie alla nazione il diritto di deliberare, di volere o di non volere, di opporsi anche al bene. Un despota, fosse anche il migliore degli uomini, governando secondo il suo beneplacito, commette un delitto. E’ un buon pastore che riduce i suoi sudditi alla condizione di schiavi: facendo loro dimenticare il sentimento della libertà, sentimento tanto difficile da riconquistare quando lo si è perduto, procura loro una felicità di dieci anni che essi pagheranno con venti secoli di miseria”. E qui Diderot faceva l’ipotesi di un despota buono e illuminato; ma Ferdinando di Borbone era tutt’ altro che buono e illuminato. E Spaventa sembra ancora far eco a Diderot quando vede il difetto d’origine della rivoluzione napoletana nel fatto che la sua carta fondamentale, lo Statuto, sanciva una libertà “graziosamente” concessa dal re, “che il servo accetta di buon grado dal suo signore come onore e grazia a cui nol sortì sua natura” e non come “diritto nostro e divino, che vuol farsi valere per se stesso”.

Il 15 maggio 1848 segna dunque la fine del breve esperimento liberale della vita napoletana, l’inizio di una reazione che, se dapprima è velata, getta poi la maschera costituzionale e si svela apertamente per quello che è. La sera del 15 maggio Spaventa, come molti altri patrioti, si rifugia su una nave da guerra francese alla fonda nel porto di Napoli; ma il giorno dopo torna a terra e riprende, tra mille difficoltà e pericoli, la pubblicazione del “Nazionale”, che d’ora in poi non uscirà più con la regolarità quotidiana precedente, ma solo quando non lo impediranno gli ostacoli sempre maggiori opposti dalla reazione che va prendendo il sopravvento. L’ultimo numero del giornale, il sessantaseiesimo, esce il 17 luglio 1848, e in esso, malgrado tutto, Spaventa riafferma la sua “fede incrollabile e sicura nel trionfo della causa nazionale”.

Il 13 marzo 1849 il re scioglieva per sempre la Camera: sei giorni dopo, il 19 marzo, Spaventa veniva arrestato e incarcerato con l’accusa di aver attentato contro la sicurezza interna dello Stato. Era un’ accusa che non aveva fondamento né politico né giuridico. Dopo i molti interrogatori in carcere, il 9 dicembre 1851 – a quasi tre anni dall’ arresto – ebbe inizio il processo davanti alla Gran Corte Criminale, che durò dieci mesi; l’ 8 ottobre 1852 venne firmata la sentenza, con cui Spaventa era condannato a morte. La commutazione della pena in quella dell’ergastolo non venne che il 19 ottobre in occasione dell’onomastico della regina. Due giorni dopo Spaventa veniva fatto partire per l’isola di S. Stefano. In quell’ ergastolo, che era una specie di bolgia infernale, il trattamento dei condannati politici era più severo di quello dei comuni. Spaventa vi trovò altri 26 condannati politici, tra i quali Luigi Settembrini, con cui divise la cella, o piuttosto il camerone buio e fumoso, insieme con altri tre condannati politici e numerosi condannati per delitti comuni.

Quando pioveva, bisognava far cucina all’interno, e il fumo accecava: Settembrini vi contrasse una malattia agli occhi da cui non guarì mai più, Spaventa ne risentì in forma grave nei suoi ultimi annidi vita.

Dall’ ergastolo Spaventa tenne col fratello Bertrando, esule a Torino, una corrispondenza, soggetta però a dispersione e ritardi. Superato un certo squilibrio nervoso, di cui ebbe a soffrire nei primi giorni e che è ben comprensibile in quelle condizioni, Silvio si immerse negli studi per distrarre l’animo e la mente da quella dura realtà. Ma aveva difficoltà a procurarsi libri. Si tormentava su autori estremamente difficili, specialmente Hegel. Seguiva però anche, come poteva, gli avvenimenti politici europei, soprattutto, nel 1854, la guerra di Crimea, dalla cui partecipazione del Piemonte traeva favorevoli auspici per l’Italia. Fece anche uno studio delle condizioni del regno meridionale specialmente per quanto riguardava l’esercito; e un altro studio sulle diverse formazioni politiche alla metà di quegli anni’ 50, in particolare il murattismo e la carboneria, riflettendo sugli avvenimenti del 1848-49 . Veniva così elaborando e approfondendo i concetti e i principi fondamentali dello Stato di diritto e della nazionalità.

Nel luglio 1855 vi fu un progetto di fuga dall’isola di S. Stefano, concepito a Londra da Antonio Panizzi,”a sua volta in contatto con Giacomo Medici, con Agostino Bertani e con lo statista inglese Gladstone. Ma il progetto, una prima volta rinviato all’anno seguente fu poi abbandonato per le difficoltà che la sua realizzazione comportava. La tragica spedizione di Carlo Pisacane nel luglio 1857 peggiorò la situazione perché sembrò richiudere la prospettiva di liberazione dei condannati che la situazione internazionale” pareva poter offrire.

Finalmente, tuttavia, tra il dicembre 1858 e il gennaio 1859 il governo borbonico, pressato dall’opinione pubblica internazionale, concesse a un centinaio di condannati politici la commutazione della pena nell’esilio perpetuo dal Regno e il loro trasferimento in America. Gli esiliati riuscirono però a forzare il comandante della nave a dirottarla sull’Irlanda, donde, sbarcati, proseguirono per Londra e qui furono accolti con grandi onori. Ottenuto quindi da Massimo D’Azeglio il passaporto per il Piemonte, il 7 maggio 1859 Spaventa partì per Torino.

Cominciò allora per lui un periodo di intensa attività politica militante. Riprese l’attività giornalistica, si recò a Firenze, a Modena, a Bologna, riprendendo contatto con molti patrioti; ebbe una cattedra universitaria di filosofia del diritto, che però non occupò; svolse un’intensa propaganda contro i Borboni e per il moto risorgimentale a fianco del Piemonte. Infine decise, audacemente, di tornare a Napoli, dove il nuovo re aveva nuovamente concesso una costituzione nel tentativo di salvare in extremis la sua dinastia; e a Napoli si adoperò perché il Mezzogiorno d’Italia si pronunciasse per il Piemonte e per Vittorio Emanuele prima dell’arrivo di Garibaldi, spingendo le province, specialmente la Basilicata e la Calabria, a insorgere. Naturalmente, quando Garibaldi, il 7 settembre 1860, dopo aver sbaragliato l’esercito borbonico, giunse vittorioso a Napoli, considerò Spaventa un avversario, e alla fine di quel mese Spaventa dové per la seconda volta abbandonare il suo paese come esule.

Quando però, dopo il plebiscito con cui il Regno meridionale si univa al resto d’Italia liberato, Garibaldi si ritirò a Caprera e Spaventa tornò nuovamente a Napoli, ebbe una serie di incarichi governativi: fu dapprima, nel governo della Luogotenenza napoletana, Direttore generale (pari a sottosegretario) del dicastero di Polizia. Cominciò allora una radicale opera di epurazione degli elementi borbonici e soprattutto affrontò il problema più difficile: quello della camorra. I camorristi erano divenuti i padroni della polizia, e non era facile riportare le forze dell’ordine alla normalità. Spaventa fu quanto mai energico: fece arrestare in una sola volta un centinaio di camorristi – i più terribili – e li inviò nelle isole. Questa lotta contro le mène borboniche e contro la camorra lo rese oggetto degli odi più feroci. Una folla di dimostranti contro di lui, non avendolo trovato al ministero, corse alla sua abitazione, la invase, ne ruppe i mobili, ne rubò i valori, e un dimostrante, affacciatosi alla finestra e mostrando un pugnale, si vantò – per fortuna falsamente – di averlo ucciso.

Tanto coraggio, se accrebbe le ire dei suoi nemici, accrebbe del pari il suo prestigio. Ma quando cessò l’accordo con il gen. Cialdini, nuovo Luogotenente, che tentò una politica di conciliazione con i partiti estremi, Spaventa, nel luglio 1861, diede le dimissioni.

Intanto, eletto deputato a Napoli e a Vasto, ed optato per quest’ultimo collegio, alla Camera, in dicembre, Spaventa dovette difendersi dalle accuse della Sinistra estrema, cui era inviso, e rivendicava l’opera del partito e degli uomini che avevano concretamente fatto l’Italia. Fa piacere ricordare che nell’aprile 1862 egli intraprese un viaggio in Abruzzo, e tornò anche a Bomba, qui accolto con grandi acclamazioni, per studiare da vicino le condizioni del suo collegio elettorale e i modi per provvedere ai suoi reali bisogni. E fa anche piacere ricordare quando egli scriveva al fratello: pochi soldi, “ma pazienza, l’Italia si è fatta non certo per far mangiare me”.

Nominato Segretario generale al ministero dell’Interno dal presidente del Consiglio Luigi Carlo Farini, ricevuto cordialmente dal re Vittorio Emanuele che lo trattenne in colloquio per un’ora e mezzo, il Peruzzi, ministro dell’Interno, gli lasciava interamente il dicastero sulle sue spalle. Spaventa lavorava come un cane, dalle sette del mattino a mezzanotte, con una breve pausa per la cena. Sua principale preoccupazione, il brigantaggio nelle province meridionali. “L’opera è ardua – scriveva – ma degna di spenderci le nostre vite e tutti noi stessi”. Nel maggio 1863, nuovo viaggio in Abruzzo, per accompagnarvi il principe ereditario Umberto.

Il 15 settembre 1864 il governo italiano firmava con quello francese la Convenzione detta appunto di settembre, con la quale la capitale veniva trasferita da Torino a Firenze. Opposte le interpretazioni date allora della decisione: per alcuni si trattava di avvicinarsi a Roma, per altri di rinunciarvi mediante quella soluzione. Fatto sta che nella città sabauda scoppiarono disordini e moti di protesta, che provocarono 52 morti e 187 feriti. La grave crisi fece cadere il governo, e Spaventa fu ritenuto responsabile dei luttuosi avvenimenti. Fu forse, per lui, il momento più triste. Alle elezioni dell’ottobre 1865 non fu rieletto nel collegio di Vasto, ma lo fu in quelli di Atessa in provincia di Chieti e di Montecorvino in provincia di Salerno, optando per il primo. Sempre molto impegnato nei lavori parlamentari, sia in aula che soprattutto nelle commissioni, nel novembre 1868 ebbe la nomina a Consigliere di Stato. Si preparò ad esercitare la nuova carica, come sempre, con grande scrupolo. E quando nel luglio 1873 il Minghetti succedette al Lanza come presidente del Consiglio, Spaventa entrò nel nuovo Gabinetto come ministro dei Lavori Pubblici. Come tale, ebbe molte occasioni per parlare alla Camera a nome dell’intero governo, ma il suo impegno maggiore fu di affrontare la battaglia politica e parlamentare per il passaggio delle ferrovie dalla gestione privata a quella pubblica: atto di grande importanza sia dal punto di vista politico generale, in quanto si trattava di attribuire allo Stato uno dei maggiori servizi di interesse pubblico, sia dal punto di vista economico.

Paradossalmente, quando la Destra cosiddetta storica raggiunse il pareggio del bilancio statale, essa cadde. 1118 marzo 1876 avveniva quella che fu definita “una rivoluzione parlamentare”, con l’ascesa al governo della Sinistra. Da allora Silvio Spaventa divenne il maggiore teorico dello Stato liberale. Alcuni suoi grandi discorsi vanno annoverati tra i maggiori documenti del suo tempo. Dopo che il suo grande nemico, il famosissimo Giovanni Nicotera, ministro dell’Interno, riuscì a far sì che Spaventa non fosse rieletto deputato e fosse anche dimesso dal Consiglio di Stato, un comitato elettorale prese l’iniziativa di candidarlo a Bergamo, dove infatti Spaventa fu eletto deputato nel marzo 1877.

E a Bergamo egli pronunciò il 17 aprile il primo dei suoi grandi discorsi, esaminando il primo anno del governo della Sinistra. In esso Spaventa, deplorando un certo scadimento nel tono della vita politica determinato dall’ avvicendamento dei due partiti alla guida del paese, sosteneva che lo Stato deve sempre offrire la garanzia di essere l’espressione della volontà collettiva e di non divenire mai l’arma di una minoranza; uno Stato in cui l’opposizione esercita una funzione essenziale, di critica e di controllo. Spaventa cominciava così a indicare le linee essenziali di uno Stato libero correttamente inteso nelle sue istituzioni e nel suo funzionamento.

Nell’ottobre 1878 il ministro dell’Interno Zanardelli richiamava Spaventa al Consiglio di Stato, riparando così al grave torto commesso contro di lui da due anni e mezzo prima dal Nicotera.

Il secondo grande discorso Spaventa lo pronunciò il 21 marzo 1879 all’Associazione Costituzionale Romana su “La politica e l’amministrazione della Destra e l’opera della Sinistra”. Per la prima volta troviamo qui un chiaro e sereno riconoscimento delle deficienze dell’opera della Destra al governo, soprattutto nel campo amministrativo.

Ma il discorso storicamente più importante è quello del 7 maggio 1880 a Bergamo sulla giustizia nell’amministrazione, di cui vi leggo un passo essenziale: “Lo Stato cesserebbe di avere la sua ragione d’essere se non dovesse servire che all’interesse del partito più forte, con danno e conculcazione dei diritti delle parti più deboli. Uno Stato così è presto spacciato: la dittatura è alle sue porte (…).

Quando i partiti riescono a dominare prepotentemente nell’ amministrazione pubblica, allora è finita per la libertà. Non più partiti, tutti eguali nella servitù: ecco la conseguenza”. Spaventa riconosceva apertamente che “il governo parlamentare non è possibile se non per mezzo dei partiti, i quali si succedono alla direzione dello Stato, secondo che ottengono la fiducia della maggioranza del paese”. Ma come evitare che un partito al governo abusi del potere?

“Un governo di partito – diceva Spaventa significa, e non può significare più di questo, cioè che la direzione generale dello Stato, l’indirizzo della sua politica interna ed esterna, i concetti delle leggi e delle riforme amministrative e sociali, corrispondano alle idee e ai bisogni della maggioranza del paese. Ma questa direzione dello Stato, data al partito preponderante, non deve opprimere lo Stato, cioè la giustizia e l’eguaglianza giuridica, che ne è l’anima informativa, la giustizia per tutti e verso tutti, così per la maggioranza come per la minoranza (…).

L’ amministrazione deve essere secondo la legge e non secondo l’arbitrio e l’interesse di partito; e la legge deve essere applicata a tutti con giustizia ed equanimità verso tutti”.

Non sfuggirà a nessuno la grande attualità, oltre che il valore permanente, di queste prese di posizione in un paese come l’Italia, nelle traversie che esso sta attraversando.

E’ significativo che avendo Spaventa, in quel discorso, affermata la necessità di una riforma del Consiglio di Stato, nove anni dopo, nel 1889 , il presidente del Consiglio Crispi, che pure era stato suo radicale avversario politico, non solo creava la IV Sezione del Consiglio di Stato per garantire ai cittadini la giustizia amministrativa nei confronti dello Stato, ma ne affidava la presidenza proprio a Spaventa.

Ma in quei nove anni vanno segnalati altri importanti discorsi di Spaventa: quello sulla pubblica istruzione per l’autonomia universitaria, e soprattutto quello pronunciato per commemorare Giovanni Lanza, in cui Spaventa prendeva posizione contro il trasformismo e rivolgeva un severo monito alla monarchia circa i suoi doveri costituzionali; e poi il discorso del 20 settembre 1886 a Bergamo sui rapporti tra Stato e Chiesa, sul potere temporale dei papi e sullo Stato laico.

Alla fine del 1889, contemporaneamente alla nomina a presidente della IV Sezione del Consiglio di Stato, venne a Spaventa la proposta di cessare dal mandato parlamentare per passare al Senato. Le sue peggiorate condizioni di salute gli consigliarono di accettare tale proposta, e Spaventa divenne senatore. Ma poco più di tre anni dopo, dal marzo al giugno 1893 Spaventa non poté più alzarsi dal letto, e nella notte tra il 20 e il 21 giugno di quell’anno (giusto cent’anni fa) egli cessò serenamente di vivere. Nel testamento lasciò l’intero suo patrimonio alla moglie Sofia, e una somma 28 mila lire al Comune di Bomba, con l’obbligo istituire un asilo infantile.

La sua era stata una lunga, continua e intensa battaglia per la libertà, per togliere all’ arbitrio quanto dare alla legge, per assicurare una sempre maggiore, più concreta e reale libertà alla vita politica, ai cittadini, entro l’ambito delle forme costituzionali dello Stato. Il suo pensiero, attuato nell’attività parlamentare, nell’ opera di governo e nei discorsi programmatici, è ancora di straordinaria attualità nei difficili frangenti che il paese attraversa ai giorni nostri, e ad esso possiamo e dobbiamo abbeverarci come a una fonte pura e salutare.

E chiudo questa rievocazione della figura di Silvio Spaventa citando le parole da lui pronunciate dai banchi dell’opposizione il 4 marzo 1886: “Io so che per avere il diritto di governare oggi lo Stato, a qualunque partito si appartenga, e di difendere da tutti, da reazionari come da demagoghi, l’inviolabilità delle istituzioni e per fare una finanza severa e dimandare al popolo italiano i sacrifici che occorrono, è uopo oggi che gli uomini politici, in tutti gli atti della loro vita pubblica, serbin non solo la sostanza, ma anche l’apparenza della più rigida moralità”.